Quando raccontavo che stavo lavorando alla sceneggiatura di Meno male che ci sei, mi capitava spesso di sentirmi dire: “E che sarà mai? Il libro è già un film!”.
In quei casi rispondevo con un “sì sì…” di circostanza. Poi cercavo di mascherare l’ansia e di allontanare il dubbio strisciante che non fosse precisamente così…
Infatti, non era così. L’ho capito definitivamente dopo un numero considerevole di stesure. Non confesserò quante di preciso, anche perché ho perso il conto.
Certo, il libro somiglia a un film, nella struttura lineare, nello stile diretto, forse in alcuni dialoghi. Ma proprio questa apparente “cinematograficità” ha rappresentato uno degli ostacoli più grandi nella prima fase di scrittura dello script, perché dava l’illusione che si potessero semplicemente trasferire intere pagine sullo schermo, cambiando il meno possibile, saltando la fondamentale fase di rielaborazione e re-immaginazione. Come se la pagina scritta potesse da sola “reggere” l’intero film.
In più c’era, da parte di Francesca Longardi e Gianluca Leoncini di Cattleya, che hanno seguito con dedizione, intelligenza e passione, virgola dopo virgola, tutte le fasi della scrittura, un grande entusiasmo per il romanzo. Cosa che naturalmente mi faceva molto piacere, ma che per contro mi portava a scartare ogni possibile deviazione rispetto alla storia originale. Di fronte a qualche mio dubbio su come risolvere una scena che convinceva poco, la risposta era immancabilmente: “Come nel libro!”.
Era buffo, perché credo che sia più frequente il contrario, con lo scrittore piuttosto geloso del proprio libro e diffidente verso ogni tentativo di modifica.
Ma qui la situazione era atipica, perché abbiamo iniziato a lavorare alla scaletta molto presto, quando “Meno male che ci sei” era in fase di pubblicazione. Praticamente, tenuto conto delle tre-quattro stesure del romanzo, c’è stata un sorta di continuità tra la (ri)scrittura del libro e quella del film. Quindi per me è stato come continuare il lavoro, passando da uno stadio all’altro della scrittura. Lavoravo su materia ancora in movimento, non cristallizzata. Sentivo di avere ancora lo spazio per cambiare alcune cose, per correggere il tiro su altre. Al punto che adesso faccio un po’ di confusione tra gli elementi che erano presenti nel libro e le cose che abbiamo aggiunto dopo.
D’altra parte, se mi sentivo flessibile riguardo alla storia, lo ero decisamente meno riguardo ai personaggi. Avrei sofferto se avessimo cambiato le caratteristiche delle due protagoniste, che erano poi il punto di partenza di tutto il racconto: l’inguaribile ottimismo, la vitalità un po’ ingenua di Luisa, la fragilità e la rabbia di Allegra, la forza che permette a entrambe di rialzarsi sempre nonostante i peggiori colpi bassi della vita, la voglia di non lasciarsi imprigionare dai cliché. E proprio su questo è avvenuta la vera magia, perché ho avuto la grande fortuna di lavorare in sintonia praticamente perfetta sia con Francesca e Gianluca, sia con Luis Prieto, che ha collaborato in modo importante alla stesura del copione. Siamo partiti subito con questa base forte e condivisa, che erano i personaggi e l’affetto che provavamo per loro, per le loro vite scombinate, per la loro energia, le loro insicurezze, le contraddizioni e persino gli errori più clamorosi.
I personaggi (tutti, anche quelli secondari) ci hanno fatto da ancora. E quindi ci hanno permesso, dopo un po’ di tentativi, di allontanarci, ogni tanto, dai binari del romanzo, alla ricerca di soluzioni nuove, più orientate all’immagine (in ciò è stato decisivo il lavoro del regista e quello della straordinaria Federica Pontremoli, che ha apportato allo script un contributo decisivo sbloccando alcuni snodi cruciali e suggerendo soluzioni intelligenti e fresche), senza il timore di perderci e, soprattutto, con una piacevolezza e un divertimento nella scrittura e nello scambio di idee immutati fino all’ultimissima stesura. Ogni volta che si rimetteva mano al copione per cambiare, tagliare, aggiungere era come ritrovare vecchi amici.
E’ stato anche per questo, oltre che per lo sguardo originale e delicato di Luis, che, alla fine del (lungo, a volte tortuoso) viaggio siamo riusciti, spero, al di là delle piccole differenze rispetto alla pagina stampata, a mantenere il “gusto” del libro, la stessa leggerezza, il tono forse un po’ stralunato oscillante tra commedia e dramma.
Quest’ultima era una delle sfide più difficili, visto che lavoravamo su una storia in cui, proprio come nella vita, momenti divertenti si alternano, spesso in modo imprevisto e traumatico, ad altri ad altissimo tasso di sofferenza. L’abbiamo affrontata senza troppa paura di “maltrattare” i nostri personaggi; proprio perché li amavamo così tanto, avevamo sconfinata fiducia nelle loro risorse e sapevamo bene che ognuno di loro avrebbe avuto la forza, alla fine, per tirarsi fuori anche dai peggiori guai e ricominciare.
Ora, se mi chiedono se il film somiglia al libro, dico di sì, senza esitazioni.
Ma, a sorpresa, gli aspetti del film che più mi fanno rivivere il romanzo sono dati dalle sfumature, le atmosfere, i piccoli gesti, gli sguardi, i colori. Tutte cose non scritte. Una bella lezione contro il delirio di onnipotenza dello sceneggiatore.
Maria Daniela Raineri
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